Armando Gallo – L’intervista

Armando Gallo – L’intervista

L’ottava edizione del Creative Pro Show mi offre l’occasione di trasformare un salotto virtuale in un incontro reale che in altri contesti ben difficilmente avrei potuto concretizzare.
Questa sezione del sito non poteva avere inaugurazione migliore di un’intervista esclusiva con un personaggio che dipinge con le parole e scrive con la luce, definito mito del giornalismo musicale, una leggenda vivente, l’autore delle foto più famose dei Genesis: Armando Gallo.
Ma non definitelo mito in sua presenza: secondo lui si diventa miti solo dopo la morte, cosa che per il momento non rientra tra i suoi progetti, anzi…i suoi piani sono ben altri!
Cosa può trasformare un geometra diplomatosi lavorando a Roma in un fotogiornalista di successo mondiale? La passione per la musica rock, condivisa e stimolata dall’amicizia con un commilitone che svolgeva con lui il servizio di leva al confine con la Yugoslavia (parliamo degli anni ’60), ed un ottimismo incondizionato, che pervade tutt’ora i suoi atteggiamenti e che lo ha spinto a proporsi come corrispondente per Londra della rivista musicale BIG.
Il diploma di geometra è stato soltanto il veicolo che gli ha concesso la possibilità di andare a lavorare a Londra, una sorta di paese dei balocchi per gli appassionati di rock della mente aperta ed avida di conoscenza, pronta per accogliere novità e stravaganze di cui gli anni ‘60 sono stati ampiamente pervasi. Il resto è stato una sorta di DIY: la passione per la scrittura l’aveva dai tempi della scuola e le basi della fotografia le ha dovute imparare in tempi brevi per la necessità di avere immagini valide ed a colori a supporto dei propri articoli.
A dispetto di una carriera sfavillante, intimamente fusa con la propria vita privata, dipanata in un arco temporale di quasi quarant’anni e imperniata sulla nascita e il declino di incredibili correnti musicali, uniche nel loro genere, che hanno caratterizzato gli anni ’70, ’80 e ’90, Armando Gallo è rimasto un personaggio semplice, modesto, umile. Nei suoi occhi si legge ancora l’entusiasmo e la frenesia di un ragazzo che insegue le proprie passioni, sempre vive e contemporanee. Un professionista che ancora si meraviglia davanti ai nuovi progetti, affrontando le sfide con accesa passione, dettata dal proprio inguaribile ottimismo e mitigata dal pragmatismo della propria esperienza.
Un uomo che ha visto negli occhi, personaggi del calibro di Peter Gabriel, Bono Vox, Jimi Hendrix, Mick Jagger, Al Pacino, Cate Blanchett e molti altri ascoltando i loro pensieri direttamente dalle loro voci e traducendoli in interviste senza tempo, fotografando i loro volti e la loro arte quando il digitale e photoshop non erano ancora stati inventati e riprendere un immagine in condizioni di luminosità proibitive comportava abilità ed inventiva. Un uomo che è rimasto se stesso pur cambiando con il tempo, accogliendo il nuovo senza farsene travolgere, con l’apertura mentale tipica che caratterizza coloro che alle correnti si sono abbandonati con la capacità di mantenersi a galla.
Per chi fosse curioso di conosce la storia di Armando Gallo e le tappe della sua carriera, consiglio la lettura di questa lunga intervista realizzata da Marco Olivotto. (http://marcoolivotto.com/armando-gallo-lintervista-1-gli-inizi/)

Quando hai cominciato, pensavi di avere questo successo?
No, l’ho fatto per … l’ho fatto…no assolutamente no, nemmeno oggi pensavo di avere tanto successo perchè ogni volta che scrivo mi viene la fifa, insomma, ogni volta che faccio qualche cosa…per esempio…Oggi ha compiuto 75 anni [il riferimento è al settimanale della Rcs Media Group, n.d.a.], hanno cambiato la grafica, la copertina, le impostazioni…ho paura che chiudano da un momento all’altro e quindi sono già in contatto con la Mondadori per sperimentare percorsi nuovi…la vita è così: da un giorno all’altro tutto può finire…

Tu hai intervistato molti esponenti del mondo dello spettacolo, cantanti, attori, registi, artisti nell’accezione più ampia: quale domanda che hai posto loro avresti voluto fosse rivolta a te?
Quando sono andato ad intervistare Warren Beatty, in realtà mi ha intervistato lui. Una figata spaventosa. Un grande: rivolgendo domande a me pian piano mi ero gasato ed alla fine dell’intervista lui non mi aveva raccontato nulla!

E come te la sei cavata?
Gli dovevo dare il Telegatto e quindi alla fine ho raccontato cosa era successo. Avevamo appuntamento in albergo a New York alle 12.30. Alle 12.25 ero già nella hall pronto per la mia intervista quando al telefono dell’albergo giunge una telefonate per un tale Armando Gallo. “Sono io Armando Gallo!”. Afferro la cornetta e dall’altro capo del cavo una voce maschile che si presenta come Mister Beatty – “…e chi è questo?” è stato il mio primo pensiero – mi comunica che si trova invischiato nel traffico newyorkese ad otto isolati dal luogo dell’appuntamento e quindi tarderà un poco.
Vorrei sottolineare la grazia di questo personaggio che mi ha insegnato, con leggerezza e naturalità, a non trascurare le regole della buona educazione anche in una realtà caotica e frenetica come quella attuale, semplicemente avvisando del proprio ritardo chi ci attende ad un appuntamento, tranquillizzandolo e sollevando dalla possibile apprensione. Mi ha insegnato questa cosa bellissima sulla quale ho incentrato l’intervista.
Poi gli ho fatto delle foto: aveva i capelli un po’ lunghi. Mi ha detto: “Perchè non vieni a casa mia a Los Angeles?”. Lui stava cominciando le riprese del film “Reds” e voleva provare a vedersi in fotografia con i capelli un po’ più corti per la parte di John Reeds (l’ho capito dopo questo!). Poi sono stato a casa sua: mi ha voluto vedere alle sei del pomeriggio con la luce del tramonto, ma alla fine non mi ha detto nulla di suo. Era un po’ preoccupato per il Papa Luciani che era morto; poi ha osservato che in Italia c’erano (parliamo degli anni Ottanta….) molti comunisti, quindi il film Reds avrebbe dovuto riscuotere sicuro successo!
Ecco, si ha sempre molto materiale per raccontare una storia: se dovessi raccontare di te già come mi hai incontrato prima, da come ti sei presentata, da come ti sei proposta già avrei qualcosa da dire. Non hai necessariamente bisogno di domanda e risposta per raccontare.

Quindi racconti la tua percezione della persona?
Quando ho iniziato a scrivere per il giornale, era come raccontare la storia ad un amico che non era potuto venire al concerto: quindi è come se rendessi partecipe una persona amica di un evento al quale non era potuta intervenire.

Quando hai iniziato a fotografare – per la necessità di avere ritratti a colori dei tuoi intervistati – cosa cercavi nella foto?
Di agguantare il momento.

Quindi sei più un fotografo “cacciatore” che un fotografo “pescatore”?
La cosa importante è l’adesso. Quello che viviamo è il vero momento: quel che è passato è passato, quello che ci sarà fra cinque minuti non lo sappiamo: questa è l’unica verità. Quindi se agguanti il momento agguanti la verità.

Non hai uno schema preordinato nel concepire una foto?
No. Nemmeno stamattina avevo uno schema. Ho scelto le foto così da mostrare lasciandomi guidare dall’istinto; ho solo cercato di mantenere un minimo di ordine temporale, mostrando prima quelle più datate [e famose aggiungerei!]

Ognuna delle tuo foto racconta in realtà una storia…
Infatti nell’app che ho creato [“Genesis – I Know What I Like”, applicazione per iPad del suo splendido libro, nella quale Armando ha implementato il materiale già copioso raccolto per l’opera cartacea con molte altre foto e contenuti interattivi, n.d.a.] hai la possibilità di selezionare una foto con la mia voce di sottofondo che la racconta, cosa che in un libro non puoi fare.

Se oggi avessi 18 anni, ripercorreresti lo stesso cammino intrapreso in passato?
Andrei fuori dall’Italia di sicuro. Ma questo anche se fossi nato in Germania: se hai vissuto 20 anni nel tuo paese di nascita, sei andato a scuola, sei cresciuto, hai imparato l’educazione, l’importante poi è andare a vedere il mondo.

Quanto è stato difficile lavorare in una lingua straniera?
E’ stato difficile soltanto in un momento. Quando sono andato a Londra non volevo assolutamente incontrare italiani, altrimenti l’inglese non lo avrei mai imparato. C’era un ristorante italiano vicino al mio ufficio nel quale lavorava una bellissima ragazza di Reggio Emilia e non volevo parlare in italiano, così le ho detto che ero norvegese (tanto il norvegese non lo sa nessuno!): d’altra parte, se avessi cominciato a frequentare italiani parlando italiano, sebbene in un paese straniero la lingua non l’avrei mai imparata.
L’inglese l’ho imparato così: non l’ho mai studiato; a scuola la mia lingua straniera era il francese.

Come hai gestito l’incontro/scontro con la mentalità anglosassone?
Mi affascinava capire la mentalità anglosassone perchè non riuscivo a comprendere come un popolo proveniente da un’isola fredda e piovosa fosse riuscito a conquistare territori tanto vasti e differenti, quali ad esempio l’India o gli Stati Uniti; poi alla fine non sono riuscito a capirli veramente (ma nemmeno loro si capiscono!). Pensano di essere i più bravi al mondo.

Gli Inglesi? Pensavo fosse una peculiarità del popolo statunitense!
Assolutamente no! Noi americani – lo posso dire perchè sono americano ora! – siamo un club moderno nel quale cerchiamo di progredire nel nome del mondo e cerchiamo di intervenire perchè ce lo chiedono. E’ come se ci fosse una strada con una casetta, poi una casa, poi una casa più grande e in fondo una villa, che rappresenta l’America; scoppiano dei disordini: a chi si chiede aiuto? A chi ha la casa più grossa!

Quindi c’è una forma di solidarietà ancora diffusa
In America, quando ho preso la cittadinanza ed ho fatto il giuramento (eravamo circa 2.700 e lì c’è un giuramento ogni venerdì) il giudice, che era cinese, ha ricordato che la sua famiglia viveva negli USA dagli anni Trenta e si è tutti stranieri in terra statunitense, a meno di non essere diretti discendenti dei nativi americani.
L’America è un grande esperimento di cui ancora non si conosce l’esito: ha solo 200 anni, è un paese nuovo, ancora in evoluzione, nato dalla commistione di tutte le nazioni, dove chiunque vi si reca è animato dallo spirito di migliorare e migliorarsi.

Hai scelto di stabilirti a Los Angeles: perchè ti ha conquistato?
Mi sono innamorato di Los Angeles atterrandovi: venivo dall’alto e c’erano tutte le strade dritte, non ci sono curve a Los Angeles. Era dicembre, venivo da Chicago, lì c’era la bufera di neve, qui il tempo era bellissimo: E’ una città strana perchè è stata costruita intorno all’automobile e alle autostrade in un posto dove non c’è acqua, che gli indiani d’America chiamavano “la sorgente dell’aria morta”, quindi balorda, ma è una città completamente proiettata nel futuro. Infatti quando vado a New York mi sembra di andare in America!

Per i giovani italiani che cercano di costruire la propria strada nell’ambiente che tu hai frequentato per molti anni, cosa auspicheresti cambiasse qui in Italia?
Che i giudici non fossero infallibili, prendendosi la responsabilità di spedire in galera chi in effetti lo merita.

Se dovessi dare un consiglio ad un giovane che esce oggi dalla scuola e comincia a frequentare corsi di fotografia piuttosto che corsi di giornalismo, quale sarebbe?
Oggi non è un lavoro molto remunerato; l’importante è che qualsiasi lavora si scelga, lo si svolga con amore. Qualsiasi attività si intraprende, deve piacere al massimo; devi amare quello che fai, perchè in questo modo sembra che tutto passi in maniera bellissima; poi se sei stanco cadi addormentato anche sul pavimento; cosa mangiare poi lo trovi, ma ti svegli con la voglia di fare e non con l’assillo di una nuova grigia e nauseante giornata lavorativa.

Cambieresti qualcosa della tua vita personale e lavorativa, che orma sono fuse indissolubilmente?
Lascerei tutto così, non mi posso lamentare. Sono convinto che tutte le cose accadano per una ragione. Anche stamattina, volevo mostrare l’app, ma non c’era il cavetto adatto e alla fine ho ripiegato per mostrare le foto. Se mi fossi fissato sul programma, mi sarei alzato e irritato me ne sarei andato: in fondo l’app era il fulcro del mio intervento.
Quando le cosa vanno storte, fermati un attimo, fai una passeggiata e chiediti il motivo di quanto sta accadendo.

Allora per te il bicchiere è sempre mezzo pieno!
Sempre! Siamo vivi? Deve essere sempre mezzo pieno!

Pieno di cosa?
Di qualsiasi cosa, non è mai vuoto: se lo cominci a sentire vuoto, guarda il sole, abbraccia un albero, fai qualcosa!

Programmi per il futuro?
Torno a Los Angeles domani.

Ma cosa hai in programma?
Lasciamo perdere! Oggi pomeriggio alle 16.00 ho la presentazione al Planet Live Club, stasera devo accompagnare degli amici al concerto di un gruppo che fa i Genesis all’Auditorium, domani mattina ho l’aereo per Monaco/Los Angeles Alle 8 e poi ho un sacco di cose da fare, venerdì devo andare a NEw York…

Un progetto che hai nel cassetto e che ancora non riesci a realizzare?
C’è una stanza al Four Season di New York, una stanza che si chiama Burton Room nella quale c’è una magnifica finestra, a fianco alla quale ho fotografato molti attori; mi piacerebbe fare un libro di tutte queste foto raccontando qualcosa di umano di ciascuno di loro.
Mi piace porre agli attori sempre la stessa domanda: cosa significa per te recitare (what does it mean acting? è la versione originale)…e si inc…! Quando sognavi di fare l’attore cosa era per te recitare? E ora dopo 30 anni di carriera cosa significa recitare? Per me questa è una domanda stupenda!

E la risposta più originale che hai ottenuto?
Bob De Niro mi ha risposto “Mmm…non te lo dico mica a te qua!”. Ad Al Pacino l’ho chiesto tre volte negli anni e mi ha dato tre versioni diverse; la più carina è stata che quando era giovane e faceva il corriere in bicicletta, mentre aspettava dove andare, leggeva sempre e si immaginava in una parte. Per Julia Roberts significa andare sul camerino mobile, fare pipì, bere un cappuccino e poi andare sul set. La cosa più bella me l’ha detta Rosanna Arquette: recitare significa dire la verità. Infatti recitare è quello: tell the truth.

Sei più fotografo o giornalista?
Alla pari. Se non ho le fotografie non riesco a scrivere il pezzo. Mi piacciono le parole: quando scrivo al momento sono perso tra l’inglese e l’italiano, quindi devo scegliere le parole, che in questo modo esercitano tutto il loro fascino su di me. Il bello dello scrivere è proprio scegliere le parole, perchè ogni parola è una visione; mettendo insieme tre parole già vedi un’immagine; se usi tre parole diverse, vedi un’immagine diversa.

Preferisci scrivere in italiano o in inglese?
Trovo più facile scrivere in inglese. Quando Utilizzo l’italiano, scrivo in maniera molto semplice, che alla fine va benissimo, perchè l’80% della gente legge in maniera semplice. A volte leggo degli articoli di cui non si capisce neanche il senso. Il 90% della gente non usa più di mille vocaboli.
Mi ricordo che quando stavo imparando l’inglese trovai in una biblioteca americana in Via Veneto – oggi al suo posto c’è l’Hard Rock Cafè – trovai una copia di The Old Man and the Sea (Il Vecchio e il Mare) di Ernest Hemingway con mille vocaboli; l’ho preso e non l’ho più restituito, me lo sono tenuto gelosamente; mi stavo trasferendo a Londra e tutte le parole che non conoscevo le sottolineavo con la matita. Quando sono arrivato in Inghilterra riuscivo a leggere il Daily Mirror, ma del Times non capivo niente. Riuscivo ad esprimermi con mille vocaboli; certo, qualche incomprensione ancora c’era, soprattutto a causa della pronuncia: quando, ad esempio, mi portarono a vedere i Beatles, all’invito we are going to a concert pensai si trattasse di musica classica…e invece erano i Beatles alla Royal Albert Hall.

Trovi che il mondo dello spettacolo sia cambiato dai tuoi esordi ad oggi?
Non è molto cambiato, ma è molto cambiato. Sostanzialmente chi cerca di fare l’attore non è cambiato da prima; quelli che sono cambiati sono gli agenti stampa, il marketing, la promozione dei film, il trattamento dei giornalisti, i limiti che ti pongono…io sono nato in un periodo in cui potevi andare a vedere gli artisti nel pomeriggio: entravi dall’ingresso artisti, assistevi alle prove, realizzarvi l’intervista, scattavi le foto, stavi un po’ con loro e poi potevi rimanere la sera a vedere il concerto. Adesso devi avere un fotopass, fotografi solo i primi tre pezzi e poi devi andare via. Io i primi tre pezzi non li ho mai fotografati: non succede mai nulla; fotografo i bis! C’era un grande fotografo inglese Barry Wentzell: lui durante il concerto stava sempre al bar, poi quando gli artisti uscivano per il bis li andava a fotografare. Era opinione comune fosse un’ubriacone, invece nel bis si realizzano le migliori foto, perché qualsiasi artista i pezzi migliori li riserva per il bis e in quel contesto il pubblico e il palcoscenico sono sciolti, c’è l’energia vera.
Quale consiglio daresti ad un giovane fosse chiamato a fotografare gratuitamente il concerto della festa di quartiere?
Certo, lo deve fare come se fosse il concerto degli U2, poi deve mostrare le foto a tutti i ragazzi che hanno suonato: gliene saranno grati.

I canali migliori per autoproporsi e crearsi il proprio spazio nel mercato, oggi, quali potrebbero essere?
Creare un blog, raccontarsi, raccontare la verità, raccontare quello che succede, non prendersela mai, cogliere il lato positivo delle cose. Ottimismo puro. Il pessimismo non conduce ad alcuna meta.

Grazie Armando per la disponibilità e i preziosi consigli.

Foto di copertina: Alex Ruffini

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